LA SOVRANITÀ NEL MONDO MODERNO – L. Ferrajoli

Presentato come relazione al Congresso nazionale di Filosofia del diritto sul tema “Crisi e metamorfosi della sovranità” (Trento, 1994), questo breve testo, oltre a fornire un rapido excursus sulle vicende teoriche e storiche della sovranità, ha il merito di affrontare in modo sintetico, chiaro e diretto, il problema attualissimo del superamento di quella logica che ha governato l’Europa e il mondo negli ultimi quattro secoli. I percorsi della sovranità, nel suo duplice volto interno ed esterno, vengono delineati in tre tappe successive: l’origine giusnaturalistica del concetto, la sua storia teorico-pratica, la sua legittimità dal punto di vista della teoria del diritto.
L’autore svolge il primo punto attraverso la ricostruzione del pensiero di Francisco de Vitoria. Gli elementi salienti della fondazione giusnaturalistica della sovranità esterna, sarebbero così da rintracciare:
a) nella rappresentazione dell’ordine mondiale come società di Stati sovrani; b) nell’identificazione della sovranità con un insieme di diritti naturali dei popoli che, nella loro pretesa universalità, permisero agli europei di impossessarsi dei nuovi territori d’oltreoceano; c) in una nuova teoria della guerra giusta, intesa come sanzione volta ad assicurare l’effettività del diritto internazionale. Le aporie e le ambiguità di questa dottrina – utopia giuridica tesa a stabilire le condizioni di una convivenza mondiale, ma nella realtà legittimazione dell’ “eurocentrismo” – venivano superate dall’elaborazione degli scrittori successivi, in particolare Grozio e Alberico Gentili, che rendevano autonomo il diritto delle genti dal diritto naturale, finendo per derivare il diritto dal fatto. Sul piano interno, allo stesso tempo, il processo di secolarizzazione e assolutizzazione, trovava estrema espressione nell’idea della personalità dello Stato, supremamente e coerentemente svolta da Hobbes. L'”anima artificiale” rappresentava così il punto di partenza per la fondazione del positivismo giuridico e del suo apparato concettuale, dalla concezione volontaristica della legge al monopolio statale della produzione giuridica. A questo punto, però, appariva l’effetto perverso dell’affermazione della sovranità: lo stato di natura, che la sovranità interna aveva permesso di sconfiggere e superare, ricompariva “artificialmente” nei rapporti tra gli Stati.
Tale divaricazione restava confermata nella concreta storia degli Stati nazionali e dei rapporti internazionali. Perché la sovranità interna veniva progressivamente limitata, attraverso un lungo processo che dall’affermazione dei diritti fondamentali ha portato alla fondazione dello stato costituzionale di diritto, alla penetrazione cioè nel diritto positivo, “in aggiunta all’originaria razionalità puramente formale e procedurale, di una razionalità assiologica e sostanziale” (p. 33). Ma era un cammino che non trovava riscontro in un parallelo affievolimento della sovranità esterna, la quale continuava a perpetuare l’idea di un soggetto
legibus solutus. Per giungere alla crisi definitiva della sovranità, secondo l’autore, bisogna giungere alla nascita dell’Onu e alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948, in un momento in cui appaiono fin troppo evidenti le implicazioni catastrofiche del permanere dell’anarchia nei rapporti tra gli Stati. In questa fase cruciale, i rapporti internazionali passano dallo stato di natura a quello civile, dando vita a um vero e proprio “contratto sociale internazionale” e a un ordinamento giuridico sovranazionale. L’idea che ne scaturisce è quella di una costituzionalismo di diritto internazionale, i cui elementi possono essere così sintetizzati: 1) la considerazione dell’umanità come riferimento unificante del diritto, che dovrebbe portare a introdurre garanzie giurisdizionali contro le violazioni della pace e dei diritti umani; 2) il divieto delle guerre, con l’istituzione di una polizia internazionale e soprattutto con il disarmo degli Stati; 3) l’affermazione dei diritti dei popoli, disancorati totalmente dal criterio della cittadinanza.
Questo nuovo costituzionalismo planetario, oltre alla preoccupazione per le condizioni tecniche e morali che dovrebbero renderlo efficace, non può che fondarsi, e giustamente su questo punto insiste l’autore, sul recupero della dimensione propriamente normativa della scienza giuridica; sulla convinzione, cioè, che il diritto è un sistema normativo, per cui “gli assetti e i comportamenti effettivi degli Stati con esso in contrasto non ne rappresentano delle “smentite”, come spesso lamentano giuristi e politologi realisti, ma piuttosto delle ‘violazioni’, di cui abbiamo il compito di denunciare l’illegittimità” (p. 56). Tale fiducia nel ruolo svolto dalla filosofia politica e dalla cultura giuridica, pur mostrandosi ampiamente consapevole delle difficoltà in cui deve muoversi la nuova lotta per il diritto, sembra però non tener conto in sufficienza del fatto che la universale “soggezione alla legge degli organismi dell’Onu”, richiede pur sempre una coscienza condivisa di valori, e che dove il consenso sui valori ultimi e sulle regole viene a mancare, non c’è che la riaffermazione del monopolio della forza per evitare la ricaduta nello stato di natura. Se è vero che sovranità e diritto rappresentano i due termini di un’antinomia irrisolvibile, è vero anche che la sovranità ha fornito la soluzione storica richiesta dalla mancanza di accordo sul diritto. L’aporia del discorso di Ferrajoli sta, in sostanza, nell’affermazione contestuale dei diritti dei popoli, da un lato, e dell’umanità intera come riferimento del diritto, dall’altro, in un contesto storico in cui il consenso generale su alcuni principi fondamentali è ben lontano dall’essere raggiunto. Si pensi soltanto al caso della infibulazione, senza che ci sia bisogno di fare altri esempi. E allora, l’impressione è che i princìpi del costituzionalismo mondiale, così come in questa parte del mondo li concepiamo, possano affermarsi solo attraverso l’imposizione dei “nostri” diritti naturali, parziali ancora, sebbene non altrettanto, come quelli di Francisco de Vitoria.